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OMBRE

26.11.2022 - 10.12.2022 

Spazio Inangolo | Penne (PE), Italy

EN

 

Anzhelika Lebedeva's solo exhibition, curated by Antonio Zimarino.

 

The exhibition will be held between 26 November 2022 and 10 December 2022 from Friday through Sunday 6:00-8:00 pm at the Spazio Inangolo, 1 Largo San Giovanni Battista in Penne (PE), Italy.

 

The exhibition "OMBRE" featuring Anzhelika Lebedeva's works will open on Saturday 26 November 2022 at 6pm at the Spazio Inangolo, 1 Largo San Giovanni Battista, Penne (PE), Italy.

Contacts:

 

e-mail: info@inangolo.it

Inangolo.it

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IT

 

Sospendere a volte, tutto. 

a cura di Antonio Zimarino

 

 

La particolarità strutturale di Spazio InAngolo è quella di consentire al visitatore un’esperienza profondamente intima delle opere che ospita: le sue contenute dimensioni e la sua architettura dispongono al tempo e alla concentrazione, spingono didatticamente e se vogliamo, “spiritualmente” ad un rapporto intimo, attento e profondo con ciò che si mostra e incoraggiano ad un’osservazione e ad un’esperienza che strutturalmente non può essere superficiale. 

Le caratteristiche dello spazio si esaltano però quando le opere che vengono accolte hanno la capacità di dialogare con lo spettatore grazie ad una “forma” in grado di sviluppare una “compartecipazione”, una concentrazione che renda possibile andare a sé stessi, sospendendo anche solo per un attimo, le coordinate oggettive di un tempo e di uno spazio. E’ dunque l’opera che può fare la differenza tra il semplice guardare e il profondo percepire, come è il caso di questa vera e propria “installazione” esperienziale che è il lavoro di Anzhelika Lebedeva. Percorrendo brevemente il processo in cui il tutto si dispone (e che probabilmente, mi sbilancio un po’, è lo stesso processo che guida la costruzione dell’opera) forse la questione apparirà più chiara. 

Non c’è forma precisa in questi disegni ma c’è corpo e c’è profondità. Non c’è un immagine chiaramente definibile ma si colgono strutture “naturali”, forse caverne, canyon, cascate, torrenti, sentieri. Non c’è “colore” ma c’è una continua differenziazione di toni e luci capace di costruire una particolare dinamica dello sguardo chiamato a “registrare” le profondità differenti sulla piccola superficie. Il colore nero è a tratti “denso”, a tratti meno, ma non caratterizza l’immagine in modo tragico; l’alternarsi continuo di intensità del nero impegna, genera tensione, costringe lo sguardo a restare a lungo in uno spazio poco esteso in larghezza che diventa, esattamente per queste diverse intensità, molto esteso in profondità. 

Visti a distanza, questi disegni potrebbero apparire forme create dal “gesto”, da una dinamica “psichica” istintuale ma è proprio l’attenzione all’intensità del segno e al rapporto con la luce che dimostra che qui non c’è affatto un approccio irrazionale. Si tratta piuttosto di un “gioco con le ombre” che testimonia il desiderio di creare “fisicità” dello spazio: l’ombra è il risultato dell’interazione tra “presenza” e luce e questo continuo alternarsi e variare di intensità, segue una logica, una ratio, che è appunto quella della costruzione di uno spazio ipotetico oltre la superficie. 

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Riassumendo: l’analisi formale mi dice che non c’è istintualità nella disposizione ma un controllo attento dell’effetto, dello spessore, dell’alternarsi di campi e tratti; i gradi di luce vengono fuori dialogando con i gradi del buio e così la fisicità emerge dalla superficie e la materia cromatica crea lo spazio. Il paradosso visuale è che questi piccoli disegni hanno corpo e fisicità, scavano spazio e costruiscono strutture oltre una esigua superficie quando, a distanza, apparirebbero casuali. 

Questo processo porta osmoticamente, dolcemente, senza fratture verso un approccio percettivo singolare: entrare nel gioco visuale a tentare di distinguere forme, di cercare “chiarezza”; ma l’obiettivo qui non è cercare “chiarezza” di un simbolo o di un significato ma “condurci” alla ricerca di una strada che possa portarci all’essenza della stessa immagine. L’opera non è ciò che vediamo o non vediamo, ma la strada che percorriamo cercando. L’obiettivo sembra quello di farci ripercorrere ciò che l’artista ha pensato mentre costruiva e si avventurava lei stessa in quella strada, lasciandoci così, fuori dal tempo dentro la percezione più che dentro un possibile significato. 

Questa “finezza” cioè il lasciarci lì, sospesi a cercare piuttosto che arrestarci alla pretesa di definire, è una delle grandi qualità e novità di un’arte che intenda essere realmente contemporanea. Il “contemporaneo” non è mai definizione di qualcosa, proprio perché esso vive e si costruisce con noi e le nostre scelte: un’arte contemporanea che pretenda di fissare qualcosa, di definire, di definirsi come tale o rappresentare è qualcosa di incongruente con lo stato esistenziale del vivere la contemporaneità. L’arte contemporanea, come questa è, è una ipotesi di senso: provare a darlo, ad offrirlo, non so, con simbologie, rappresentazioni o quant’altro, è intenzione legittima, ma riduttiva. L’approccio più raffinato che possa darci l’arte che abita tra noi, è esattamente il “metterci” nella ricerca, disporci a farci cambiare luogo, a far trasmigrare la mente e le sensazioni dal logico al possibile. Pretendere e dichiarare sono illusioni potenzialmente presuntuose; farci vivere la ricerca del senso è un atto d’amore e di rispetto che ci incoraggia a guardare la realtà in modo differente, non funzionale, non assertivo. 

I lavori di Anzhelika fanno questo “ci costruiscono” una condizione percettiva, cambiano la disposizione delle cose e riescono a farlo con il “minimo” dell’arte stessa: bianco, nero e i loro dialoghi di luce, all’interno dei quali l’occhio è chiamato a viaggiare e a perdere l’orientamento: e noi, con lui. E’ questo l’effetto creato anche dalle Abandoned roads, sospese: le loro dimensioni portano, all’interno dello spazio fisico che attraversiamo, la contraddizione: infatti la texture dei segni (ancora di altissima vibrazione nel gioco frantumato della luce, nella dissoluzione delle profondità prospettiche delle geometrie del luogo) funziona come una sorta di “interruttore” capace di spegnere e accendere la percezione coerente dello spazio fisico in cui entriamo. Ecco che, grazie a questi lavori, ci troviamo in un luogo in cui convivono realtà e immaginazione, che corrode il reale senza negarlo, che destabilizza la percezione “sospendendola” dal reale. Poi, spingendoci verso i piccoli disegni, anche il tempo si sospende perché ad essi dobbiamo dedicare uno sguardo profondo e durevole. 

Se l’arte è capace di questo, a cosa mai serve pretendere di “rappresentare” ciò che si cerca quando invece possiamo vivere la ricerca? Essa ci porta nell’unica vera condizione dell’ “essere contemporanei”: osservare e recuperare la nostra “partecipazione” profonda a quel che sta accadendo. 

NOSTOS ALGOS

3.09.2022 - 18.09.2022 

Cappella Marchi | Seravezza (LU), Italy

EN

 

Anzhelika Lebedeva's first solo exhibition, curated by Lorenzo Belli.

 

The exhibition will be held between 3 September 2022 and 18 September 2022 from Saturday through Sunday 6:00-8:30 pm at the Spazio Cappella Marchi, the Church of Madonna Del Carmine in Seravezza (LU), Italy.

 

The exhibition "NOSTOS ALGOS" featuring Anzhelika Lebedeva's works will open on Saturday 3 September 2022 at 7pm at the Spazio Cappella Marchi in Seravezza (LU), Italy.

Contacts:

 

e-mail: info@alkedo.org

tel: +393755686211

IT

Mostra personale di Anzhelika Lebedeva a cura di Lorenzo Belli

Dal 3 al 18 settembre 2022 dal sabato alla domenica 18:00-20:30 – Spazio Cappella Marchi, Chiesa Della Madonna Del Carmine, via Gino Lombardi 38, Seravezza (LU)

Sabato 3 settembre 2022 alle ore 19 verrà inaugurata la mostra "Nostos Algos" di Anzhelika Lebedeva a cura di Lorenzo Belli allo Spazio Cappella Marchi presso la Chiesa della Madonna del Carmine di Serravezza(LU).

Contatti:

e-mail: info@alkedo.org

tel:+393755686211

La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valery ha detto: si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma.

 

Italo Calvino, Lezioni Americane

 

 

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NOSTOS ALGOS

a cura di Lorenzo Belli

 

 

"Nostos Algos" racchiude l’esperienza artistica maturata da Anzhelika Lebedeva degli ultimi anni mostrandoci alcune opere appartenenti a periodi creativi diversi ma collegate dalla stessa idea di ritorno alle radici.  Ogni opera è un ricordo, una storia da scoprire, un viaggio di incertezza e pericolo che creano un’immagine unica rappresentante un percorso svolto nei luoghi più bui ed irraggiungibili in ricerca di sé stessi.


Il titolo, dal greco antico "nostos algos" (letteralmente "il dolore del ritorno"), indica un viaggio alle origini, un cammino verso la verità e 'insieme' dentro sé stessi, un impulso a essere a casa propria ovunque. 

Bilanciandosi tra figurativo ed astratto, insieme all'architettura della Cappella, le opere pittoriche e scultoree vorrebbero suscitare un’atmosfera a-temporale, una realtà pura non toccata dal mondo esterno. In questo contesto la scelta dei materiali diventa cruciale: la fragilità della carta e l'aspetto effimero dei disegni, il degrado del legno acquisiranno un significato più profondo e diventeranno personificazioni della fragilità del presente. 

Gli elementi minimalisti e grezzi che compongono le sculture e le pitture sono immersi nell’ambiente artefatto dello spazio dando concretezza all’aura dell’opera d’arte, come scriveva Sartre  “la trascendenza reale, esige che si voglia mutare alcuni aspetti determinanti del Mondo e il superamento si colora e si caratterizza con la situazione concreta che si mira a modificare”.

Le immagini di Lebedeva riflettono l’angoscia implicita nell’uscire da una serie di contraddizioni permanenti e dalla lacerazione dell’io in una eterna lotta tra passato e presente, tra reale ed immaginario.


Sospese tra parole e silenzio, tra visione e vuoto, in uno spazio che si dilata fino ai limiti del tempo , dove appaiono architetture come simboli di un tempo che fu.

Il titolo della mostra deriva dall'installazione "Nostos Algos" composta da sculture/totem realizzate da antiche travi di legno che indagano lo spazio verticale dello Spazio Cappella Marchi quasi come fosse la nostra dimensione personale verso il passato(la Terra) nel protrarsi verso il cielo(il futuro), simboleggiando il ritorno alle radici.


La scelta dei materiali diventa qui simbolica e l'antica trave di legno sembra contenere memoria dei secoli passati , come il nero lucido del metallo - che sembra quasi liquido-diventa la rappresentazione di questa memoria che esce come linfa dal tronco e si unisce alla terra. 


Il trittico centrale intitolato “Abandoned roads” è una storia di rifugio dalle paure e dall’inquietudine quotidiane, è un tentativo di ritrovare serenità nel mondo sensibile. Il progetto è stato ideato per indagare la relazione tra l’opera e lo spazio dove è collocata, si propone di comprendere il reciproco mutamento degli stessi nella loro interazione al fine di dimostrare come un’opera d’arte possa aiutare a svelare la bellezza intrinseca di un ambiente.


Alle pareti laterali dello spazio verranno esposte “Ombra.2” e Past-time dream”, entrambe le opere vivono al confine tra grafica e pittura e sono stati realizzati con pastelli ad olio su carta di riso, materiali instabili e deperibili tanto quanto l’oggetto rappresentato, come ambienti placentari , acque materni della storia, quasi un Eden in via di allestimento.


Per quanto la traccia dei pastelli ad olio sembra semplificare il concetto di visione onirica, di inconscio studiati e proposti dall’artista: non è questa , oggi la funzione del segno, ovvero di arrivare attraverso l’occhio che la contempla, a imperscrutabili lontananze dentro di noi?

L’intera opera esposta diventa un universo chiuso e aperto insieme, una griglia di memoria del passaggio dell’uomo nell’universo.


Anzhelika Lebedeva dona una temporalità silenziosa e reale all’opera d’arte nel dialogo silenzioso tra uomo e natura , tra passato e futuro; tempo e spazio dunque si intrecciano non mediante la rappresentazione ma attraverso la realtà di un gesto che calcola la materia ma senza eluderla: le forme acquistano infatti una tensione processuale che partecipa alla definizione del risultato.

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